27 Ottobre, 2026 Cesenatico

Guido “Iak”, il becchino che sfidò i fascisti: quando il cimitero di Cesenatico fu rifugio per la Resistenza

C’è una storia di enorme coraggio rimasta per decenni ai margini della memoria pubblica di Cesenatico. È quella di Guido Arcangeli, detto “Iak”, custode del cimitero cittadino durante la Seconda guerra mondiale, che trasformò il luogo di cui si prendeva cura in un rifugio sicuro per chi rischiava la vita sotto l’occupazione fascista. Una vicenda che riemerge attraverso le testimonianze familiari e le pagine di Donne nella Resistenza. Cesenatico 1943-1945, volume che raccoglie anche il racconto della nipote Adamina Arcangeli.

“Iak”, classe 1893, avrebbe così nascosto persone in difficoltà nei loculi e nelle tombe vuote, oltre a custodire armi destinate alla Resistenza. Un’attività clandestina della quale oggi restano soprattutto ricordi familiari e le testimonianze dirette di chi lo ha conosciuto, che riferiscono di “possibili nascondigli nei tombini e tra i forni – i loculi – del cimitero”. Dopo la guerra, racconta la nipote, alcune delle persone aiutate gli regalarono perfino un pianoforte, in nome della loro sincera riconoscenza: dettaglio che ben restituisce il segno impresso dal suo operato.

Ad impedire una ricerca approfondita sul servizio prestato da Arcangeli come becchino presso il cimitero, ci furono le gravi perdite subite dall’Archivio storico del Comune di Cesenatico durante gli eventi bellici del 1944. Come documenta la stessa Guida generale degli archivi comunali pubblicata nel ’91, la documentazione venne di fatto investita da ingenti dispersioni, compromettendo la possibilità di ricostruire con precisione il suo ruolo, gli anni di servizio e le mansioni svolte.

Il nome di Iak è indissolubilmente legato alla vicenda del figlio Adamo, nato a Cesenatico il 18 febbraio 1920 e riconosciuto come partigiano della 29ª brigata Gap. Arrestato dai fascisti nell’estate del 1944, venne rinchiuso nella Rocca Malatestiana di Cesena, poi interrogato e torturato. Fino alla notte tra il 3 e il 4 settembre, quando fu fucilato nello sferisterio insieme ad altri sette partigiani. Una strage documentata dall’Atlante delle stragi nazifasciste e ricordata ancora oggi dalla lapide sul luogo dell’eccidio, insieme al Sacrario dei Caduti Partigiani di Cesenatico presente nel Cimitero Urbano locale.

Ma prima e nonostante quella tragedia, nel Cimitero di Cesenatico si era consumata un’altra, silenziosa forma di Resistenza. Un ulteriore riscontro significativo, in tal senso, arriva dall’elenco nominativo dei partigiani nella provincia di Forlì-Cesena, pubblicato dall’Università di Bologna ed aggiornato a settembre 2025. Nel registro, infatti, Guido Arcangeli non compare, mentre a figurare come partigiano è il figlio Adamo. Un’assenza che non smentisce in alcun modo la ricostruzione, ma invita a distinguere l’effettiva qualifica partigiana dalle alternative forme di sostegno alla Resistenza, che potrebbero non risultare iscritte.

Il gesto più straziante, tuttavia, arrivò soltanto dopo l’eccidio. Adamina racconta che il nonno Guido raggiunse Cesena per cercare il figlio. Davanti alla Rocca vide subito i corpi martoriati dei prigionieri, tra cui tentò di riconoscere Adamo. “Non aveva occhi, denti, unghie, tutte le ossa erano rotte”, riporta la testimonianza: le torture avevano reso difficile persino identificarlo con certezza.

Il padre caricò dunque la salma su una carriola e la traportò fino a Cesenatico, per poi seppellirla nel cimitero dove lavorava. È qui che la storia privata si salda alla memoria collettiva: le immagini raccolte mostrano nella tomba di famiglia – la numero 117 – sotto al figlio minore Antonio e sua moglie Anita, i ritratti di padre e figlio, con le date che fissano due esistenze spezzate e un legame che la violenza fascista non riuscì comunque a cancellare.

Dopo la morte di Guido, nel 1961, in famiglia si continuò a parlare poco di quella vicenda, per il dolore e anche per il timore che potesse ripetersi. Eppure il racconto è sopravvissuto, passando di generazione in generazione, fino ad Adamina, che ha restituito alla storia locale il profilo di un uomo rimasto a lungo nell’ombra.

Le fonti disponibili non consentono ancora di ricostruire ogni dettaglio della sua attività clandestina. Ma il soprannome “Iak”, il lavoro al cimitero e la testimonianza da parte dei familiari compongono già il ritratto di un protagonista discreto della Resistenza cesenaticense: un uomo che, mentre il fascismo cercava di soffocare ogni opposizione, fece del proprio luogo di lavoro un riparo per i perseguitati. E che, dopo aver rischiato per salvare altre vite mettendo il proprio lavoro al servizio di chi era perseguitato, dovette infine affrontare la prova più crudele: riportare a casa il figlio ucciso dai fascisti.

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