22 Settembre, 2026 Cesenatico

Quando la politica piega i numeri del turismo: anche Rimini contagiata dal “vizietto” 

Il meccanismo è semplice: si scelgono i periodi che convengono, si accostano percentuali tra loro non omogenee, si mischiano indicatori diversi — imposta di soggiorno, pernottamenti, “dati provvisori” — e si confeziona il messaggio: “la stagione è andata bene”. Peccato che, sul campo, bar, stabilimenti, albergatori e ristoratori raccontino altro: un’estate fiacca nel cuore della stagione, costi schizzati e consumi contenuti.

Prendiamo i numeri messi sul tavolo da Rimini. L’estate (giugno–agosto) chiuderebbe con uno 0,4% in meno sull’imposta di soggiorno (quasi mai utilizzata come parametro comparativo), tecnicamente “in linea” col 2024. Poi si allarga l’orizzonte a gennaio–agosto e, quasi per magia, compare un +0,6% di pernottamenti. Ancora: si isola giugno — mese effettivamente molto forte — per assorbire il calo di luglio e agosto (–3,5% sul 2024, dato IDS provvisorio) e si pesca il confronto col 2023 per mostrare un rassicurante +10% sull’anno. Un patchwork perfetto per il comunicato, meno per capire davvero come sta la destinazione.

Questa non è informazione: è retorica autoreferenziale. Così, lo scriviamo per l’ennesima volta, si finisce per trattare i numeri del turismo come dati politici, piegandoli all’obiettivo di difendere l’operato dell’amministrazione invece che illuminare i nodi veri: domanda interna in affanno, permanenze più corte, spesa media cauta, costi operativi alle stelle.

Se l’obiettivo fosse davvero servire gli operatori, la strada sarebbe un’altra. Bisognerebbe chiarire una volta per tutte cosa si sta misurando, distinguendo l’imposta di soggiorno dai pernottamenti e spiegando ritardi, esenzioni e categorie coinvolte. I confronti andrebbero costruiti con coerenza, scegliendo un perimetro — il trimestre estivo, il bimestre, oppure l’intero anno — e mantenendolo, senza cambiare cornice a seconda della tesi da sostenere. 

E alla quantità occorrerebbe affiancare la qualità: non solo flussi, ma indicatori come ADR, RevPAR, tassi di occupazione, spesa pro capite, permanenza media e provenienze dei mercati. A tutto questo dovrebbe accompagnarsi un cruscotto pubblico, aggiornato e trasparente, con serie storiche e note metodologiche comprensibili, così da sottrarre i numeri al gioco delle interpretazioni. Infine, servirebbe un ascolto vero del settore: tavoli permanenti con operatori e categorie, perché se la percezione di chi lavora ogni giorno diverge dal comunicato, il problema non è la percezione.

Il turismo vive di fiducia e di programmazione. Quando la politica manipola — nei toni e nei perimetri — la lettura dei dati, non rafforza la destinazione: la indebolisce. Chi investe ha bisogno di scenari veritieri, non di zucchero a velo; e i mercati non si convincono con gli slogan, ma con qualità, servizi, accessibilità, eventi e promozione fatta bene.

Conclusione? La stagione 2025, nei numeri, non è un disastro; ma nemmeno il “successo” che qualcuno vorrebbe raccontare. A Rimini, con ogni probabilità, è una tenuta con ombre nel cuore dell’estate. Riconoscerlo non è ammettere una sconfitta: è il primo passo per migliorare. La politica faccia un passo di lato: meno storytelling, più trasparenza e lavoro sui fondamentali.

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